Stay Human

Da domenica 26 Aprile riapre il Forte di Belvedere con un’altra imperdibile mostra di arte contemporanea: Human, dell’artista inglese Antony Gormley

Human

Ormai ci siamo abituati: al Forte si va per fare un’iniezione di bellezza, farci coccolare dal paesaggio, dalla storia che ci circonda e da opere d’arte contemporanea. Ogni anno il Forte riapre rinnovato, reso ancor più affascinante da mostre che ci permettono di osservarlo sempre con occhi nuovi. Nel mio cuore ne sono rimaste due, indelebili. Quella visitata da bambina, di Arnaldo Pomodoro e quella visitata con le mie bambine, di Folon. Sarà che la dimensione familiare amplifica le emozioni…

Anche questa di Gormley però rimarrà nel mio cuore. Forse per la semplicità del messaggio, forse perché l’essere umano è l’opera d’arte che guardiamo senza stancarci.

Human Gormley

Human Gormley 2

Human 3

Human 4 Human 5

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Imprevedibili variazioni

Anche stavolta il blog ha l’onore di ospitare la sapiente penna della storica dell’arte Cristina Petrelli, che avete imparato a conoscere se ogni tanto passate da queste parti. Qui ci presenta l’ultima mostra da lei curata, in corso presso la Biblioteca di Scienze Tecnologiche.

IMPREVEDIBILI VARIAZIONI

di Cristina Petrelli

La personale di Mona Lisa Tina alla Biblioteca di Architettura

 

«[…] dov’è Perseo, che sciogliendo Andromeda, nuda allo scoglio marino, et havendo posato in terra la testa di Medusa, che uscendo sangue dal collo tagliato, et imbrattando l’acqua del mare, ne nascieva i coralli.»[1] Vasari, nel 1570, descrive con queste parole Perseo e Andromeda, come li aveva rappresentati in un suo dipinto. Si potrebbe dire che, il momento in cui le piante marine si trasformano in coralli a contatto con il sangue della Gorgone e le ninfee accorrono per adornarsene, non è il più ricordato in un mito che ha avuto un’enorme fortuna. Proprio: «[…] questo incontro d’immagini, in cui la sottile grazia del corallo sfiora l’orrore feroce della Gorgone»[2] introduce il lavoro di Mona Lisa Tina (Francavilla Fontana BR 1977). Nel 2013 l’artista ha presentato al MAP, il Museo Mediterraneo dell’Arte Presente di Brindisi, “Anthozoa”. Una performance che trae ispirazione dall’episodio citato, tanto che il titolo non è altro che il nome scientifico della pianta del corallo.

Anthozoa

Mona Lisa Tina, Anthozoa, progetto performativo al MAP di Brindisi

L’evento apre di fatto un nuovo ciclo, seguendo la conclusione del progetto “Skin Borders” che ha impegnato l’artista dal 2008 al 2011. Attraverso le immagini presentate a Firenze è possibile soffermarsi proprio su questo passaggio. La mostra si inserisce nell’Archité, un’iniziativa promossa da Luca De Silva che vede la mia collaborazione. Gli scatti appartengono a “Obscuratio”, “Human” e “Into the core”, i tre momenti in cui il progetto “Skin Borders” è stato articolato, e ad “Anthozoa”. Si tratta di azioni performative in cui l’artista esibisce se stessa, il proprio corpo, nudo e trasformato. Mona Lisa Tina elegge la performance a mezzo espressivo privilegiato per attivare una reazione profonda e intima nell’osservatore e anche in se stessa. Momento di scambio introspettivo irripetibile, annulla le sovrastrutture imposte per arrivare a scoprire se stessi con consapevolezza.

Mona Lisa Tina, Obscuratio, mostra e performance alla Galleria Fuorizona artecontemporanea di Macerata

 Mona Lisa Tina, Obscuratio, mostra e performance alla Galleria Fuorizona arte contemporanea di Macerata

In questo ambito l’istante performativo acquista una sua sacralità che la fissità della fotografia sembrerebbe annullare. In Oltre il Corpo, la personale in corso dal 10 al 30 aprile presso la Biblioteca di Scienze Tecnologiche-Architettura di Firenze, Mona Lisa Tina espone il suo lavoro a un pubblico allargato, ma gli chiede egualmente un ruolo attivo. La mostra è volutamente incompleta. Nel soffermarsi sulla singola immagine come sul loro insieme tante sono le domande che affiorano e tante le risposte che non possono venir trovate nell’immediato. Viene attivato un processo che proseguirà all’interno di ognuno. «Abbandonarsi all’incertezza – assegnandole un significato euristico, non lo sconforto di una resa senza condizioni al dominio dell’ignoranza – vuol dire da una parte aprire l’orizzonte al vasto paniere delle possibilità, dall’altra dimenticare la suggestione di uno schema archetipico di partenza che incarni la perfezione.»[3] In questo senso, nel solco della filosofia post-umana, l’anomalia non fa più paura. Nasce il corallo dal sangue del mostro.

 

Mona Lisa Tina, Human, progetto performativo al CRAC di Cremona

Mona Lisa Tina, Human, progetto performativo al CRAC di Cremona

 

 

[1] La Nascita del Corallo. Iconografia e iconologia, Dipartimento di Storia dell’Arte, Facoltà di Scienze Umanistiche dell’Università di Roma “La Sapienza”.

[2] CALVINO, I., Lezioni americane, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2002.

[3] MARCHESINI, R., Post-human, Bollati Boringhieri, Torino 2002.

 

ARCHISPAZIO –Palazzo San Clemente, via Micheli, 2 – Firenze

dal 10 al 30 aprile 2014 – dal lunedì al venerdì ore 9,00 – 18,30 – ingresso libero

 

Un granchio perfetto

Sono davvero onorata di poter pubblicare su questo spazio l’articolo di una persona che stimo molto. E’ Cristina Petrelli, storica dell’arte con una predilezione per quella contemporanea, curatrice di mostre e critica d’arte. E’ anche amica mia, ma questo non lo troverete sulla sua biografia. Sul blog l’avete già sentita nominare, perché in passato ho scritto un pezzo su una mostra da lei curata. Questa volta ho chiesto a lei di raccontarci perché visitare questa nuova mostra. Io starei ore a sentirla parlare, voi qui avete l’opportunità di leggerla.

Aleksandra Zurczak Exit foto Lorenzo Cosentino a

di Cristina Petrelli

La personale di Aleksandra Zurczak alla Biblioteca di Architettura

«Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno d’un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato.

– Ho bisogno di altri cinque anni – disse Chang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto». (CALVINO, I., Lezioni Americane, Mondadori Milano, 2002, p.62)

Ho scelto questo racconto per esprimere l’essenza dell’istallazione che, con il titolo Exit, Aleksandra Zurczak (Konin, Polonia, 1983) ha proposto nell’Archispazio di Palazzo San Clemente a Firenze.

Aleksandra Zurczak Exit foto Lorenzo Cosentino c

La mostra personale, aperta dal 13 febbraio al 6 marzo, si inserisce nell’Archité, un’iniziativa della Biblioteca di Scienze Tecnologiche – Architettura promossa da Luca De Silva che per  formulare una serie di appuntamenti dedicati all’arte contemporanea si è avvalso della mia collaborazione.

La giovane artista polacca pone l’accento sulla relazione che si crea tra lo spazio, l’opera e il fruitore. Interviene sull’ambiente applicando delle forme in resina sul muro. Le allinea, collocandole tutte alla medesima altezza dal pavimento, tracciando un’ipotetica retta formata da innumerevoli punti bianchi tra i quali, improvvisamente, ne compare uno nero.

Zurczak ricorre esclusivamente ai mezzi espressivi propri dell’arte visiva affidando alla forma, al colore e alla disposizione degli elementi il messaggio da comunicare.

Se il bianco è negativo, il nero è positivo. L’artista assegna un valore specifico ai due colori e li collega a delle dimensioni mentali. Le forme bianche si riferiscono a uno stato di fissità. Un’immobilità di pensiero che impedisce l’azione, come per chi vive nel ricordo, o l’allinea, portando a conformare la scelta a quelle altrui. La forma nera rappresenta invece il movimento, lo sviluppo, il cambiamento. Consapevole che la prima condizione non possa esistere senza la seconda, l’artista porta a convivere i due elementi inserendoli nello stesso spazio fisico, quello dell’ambiente architettonico.

La natura istallativa dell’intervento, che sottolinea l’ambito di studi a cui la biblioteca è dedicata, consente di creare uno spazio sospeso, dove i concetti prendono vita. Spazio e tempo si ancorano alle forme esposte e al loro ritmo, così ci troviamo a rallentare nella percezione delle sagome bianche e ad accelerare all’arrivo di quella nera. Come nel granchio del racconto, l’istante perfetto nasce solo da una costruzione lenta.

Aleksandra Zurczak Exit foto Lorenzo Cosentino b (1)

ARCHISPAZIO – Palazzo San Clemente, via Micheli, 2 – Firenze

dal 13 febbraio al 6 marzo 2014 – ingresso libero, aperto dal lunedì al venerdì ore 9,00 – 18,30

Foto di Lorenzo Cosentino

Le stanze delle muse

Apre oggi al pubblico una nuova mostra agli Uffizi. Una mostra molto diversa dal solito per il nostro amato museo, che sempre più cerca non solo di fare cultura, ma anche di raccontare storie. 

Nat.Mor.001abComposizione con tappeto, canditi, cesto di frutta e vaso da fiori, Francesco Noletti, 1650 circa, foto A. Baldi

Non so bene chi sia il protagonista di questa mostra, se l’uomo o le opere d’arte esposte, peraltro di grande valore artistico. Sicuramente la sensazione che si ha visitandola è quella di aver visto un’anima appesa alle pareti di quelle sale, frammentata in cento quadri che gli appartennero e declinata nei documenti che attestano il suo passaggio nel mondo. E’ un incontro toccante, dunque, come sempre lo è l’incontro d’anime, anche quando non si sono mai conosciute.

Francesco Molinari Pradelli

Francesco Molinari Pradelli nacque a Bologna nel 1911 e poco più di vent’anni dopo la critica e il grande Arturo Toscanini  già lo definivano direttore d’orchestra di sicuro avvenire. Avevano ragione, perchè di lì a poco Francesco iniziò a calcare non solo tutti i maggiori palchi italiani, ma anche quelli europei ed americani, ottenendo un consenso di pubblico sempre maggiore.

Firenze ebbe l’onore di ascoltarlo varie volte, ospite del Teatro Comunale, in cui si esibì dirigendo concerti sinfonici e opere.

Ma più il tempo passava più Francesco si accorgeva che non era solo la musica ad ispirarlo, ma anche l’arte. E non gli bastò più di guadarla, ma volle anche possederla, quest’arte, tanto che durante la sua vita riuscì a collezionare ben duecento dipinti, la metà dei quali troviamo ora esposti agli Uffizi.

nature morte

Fu una passione tutta personale, totalmente indipendente dalle mode del tempo e dai pareri dei critici. Il suo innato talento, coltivato attraverso un silenzioso studio di manuali d’arte e di riviste specialistiche, lo portò a fare scelte raffinate, che pure evitavano quasi sempre di ricadere su nomi di richiamo.

Si dedicò, dunque, alla raccolta di nature morte sel Seicento e del Settecento, genere colto, oggi riscoperto dalla critica ma allora poco compreso. Nei suoi viaggi intorno al mondo tra un concerto e l’altro andava a ricercare nelle gallerie i pezzi che gli piacevano. Lasciava la sua arte, la musica, e prendeva arte, i quadri, in una sorta di baratto ideale che andava arricchendo entrambe le parti. Poco a poco la sua casa nelle campagne di Bologna si riempì di opere che lui generosamente mostrava agli storici d’arte dell’università della sua città ed offriva alle mostre per il pubblico godimento.

Difficilmente si sarebbe potuto immaginare che un casolare dall’aspetto poco appariscente contenesse un simile tesoro. Ma a lui andava bene così: nel suo anticonformismo prediligeva le gioie autentiche, come leggere un libro d’arte nel suo parco proteggendo le spalle con Il Resto del Carlino piegato due volte contro lo schienale, come portare armonia attraverso i voli della sua bacchetta, come guardare una natura morta.

FMP CHIAVE DI LETTURA

foto A. Baldi

La mostra è visitabile fino all’11 maggio 2014, da martedì a domenica, dalle 8.30 alle 18.30. Prezzo del biglietto: 11 euro intero, 5,50 ridotto.

Ringrazio il mio amico Alessandro Baldi per le numerose foto che ha scattato e per avermi accompagnato in questa scoperta.

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Il salotto del Maestro ricostruito in una sala della mostra, foto A. Baldi

Robert Capa in Italia 1443-1944

Mostra MNAF CapaApre oggi al Museo Nazionale Alinari della Fotografia la mostra del grande fotografo ungherese, da molti considerato il padre del fotogiornalismo. In 78 scatti si rivelano i giorni terribili del secondo conflitto mondiale.

Un’Italia che cerca di farsi strada fra le macerie della guerra. La terra inaridita dal sole a picco di luglio, ma che pare ancor più spoglia e avvizzita, in mezzo a quella devastazione. Le città del nostro sud, Napoli, Palermo, che nonostante la distruzione che le circonda, cercano di continuare a vivere, mantenendo i riti quotidiani, condividendo la vita che rimane, chissà per quanto ancora. E le vite parallele. Quelle degli italiani e quelle dei soldati americani, venuti da un luogo distante per kilometri e per cultura. Si incontrano, riconoscendo negli occhi dell’altro le stesse paure, la stessa incertezza. E fanno un po’ di strada insieme, raccontandosi l’un l’altro e aiutandosi.

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Ma Capa riesce a cogliere anche una speranza, fra quelle macerie. La si legge negli occhi di un uomo, che davanti alla sua casa distrutta, ride con una bambina. Due materassi marci e polverosi la sua poltrona. Oppure nel sorriso di un giovane soldato, che per distrarsi dalla strage si fa lustrare le scarpe, mentre dietro un collega ed una ragazza italiana si stringono in un abbraccio complice.

I soldati tedeschi prigionieri, poi, hanno le stesse facce pulite e acerbe. In quegli occhi ci sono forse gli stessi sogni degli americani, degli italiani. Se non fosse per la divisa sarebbe impossibile distinguerli.

Un giorno John Steinbeck commentando le opere di Robert Capa disse: “ Capa sapeva cosa cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un’emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino”.

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La mostra è visitabile presso il MNAF, in Piazza Santa Maria Novella, fino al 23 febbraio 2014. Biglietto intero €9, ridotto €7,50. Aperto dalle 10,00 alle 18,30; chiuso il mercoledì.

Michelangelo negli occhi di un fotografo

“Il potere dello sguardo”

Da oggi una mostra alle Cappelle Medicee ci permette di vedere le sculture di Michelangelo da un punto di vista inaspettato

Amendola il potere dello sguardo

Il silenzio e la luce radente. Un fotografo e le opere d’arte che ama. Tra loro solo la macchina fotografica, il mezzo per intessere un gioco di sguardi intimo ed intenso. Il risultato è visibile nella mostra che si inaugura oggi alle Cappelle Medicee, in cui si esibiscono 23 scatti del fotografo pistoiese Aurelio Amendola. Le gigantografie, in bianco e nero, ritraggono le opere della Sacrestia Nuova, ma anche il David e i Prigioni. Esse accolgono i visitatori all’ingresso, nella Cripta.  Incontriamo prima loro delle sculture vere e proprie. E non si può non provare un pizzico di invidia per il dialogo segreto che Amendola ha potuto avere con esse. Il suo obbiettivo tratta il marmo come se fosse pelle, le statue come soggetti vivi, facendo loro prendere vita, cogliendo pienamente il senso che Michelangelo ha voluto dar loro, e rivelandolo anche a noi. La novità non sta solo nelle prospettive inedite, ma nel carattere, nella personalità che questi corpi inaspettatamente svelano dietro la macchina.

Il modo migliore per iniziare a celebrare i 450 anni dalla morte del gran genio, avvenuta il 18 febbraio 1564.

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Giuliano Duca di Nemours, foto Aurelio Amendola

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Notte, foto Aurelio Amendola

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Giorno, foto Aurelio Amendola

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Aurora, foto Aurelio Amendola

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David, foto Aurelio Amendola

La mostra è visitabile fino al 15 marzo 2014 dalle 8,15 alle 13,50 tutti i giorni tranne II e IV domenica del mese, I, II e V lunedì del mese. Ingresso 6 euro, tre euro ridotto.