Senza scivolare via #3

Questo blog sta sfuggendo dal mio controllo. Avevo deciso di introdurre una novità esponendomi con le foto e già una di queste mi ha fatto lo scherzo di costruirsi un mondo indipendente intorno. L’ho riguardata ed è arrivato un racconto. Giuro che non l’ho chiamato io. Non è un esercizio di stile o un modo per stupire i miei benevoli lettori. Anche perché da sempre sono profondamente convinta che le storie non appartengano a chi le scrive, ma galleggino nell’aria, finché, quando lo ritengono opportuno, decidono di prendere corpo.

Questa ha scelto me. Sbatterle la porta in faccia mi sembrava un atto di immotivata scortesia.

Cellofan

Cellofan

Ore 7.30, mercoledì. Il cielo stamani ha lo stesso colore della polvere che senza chiedermi il permesso continua a posarsi sui miei mobili. Credo che faccia freddo, ma non ne sono sicura, perché le migliaia di corpi che affollano la metropolitana riescono sempre ad attutirlo un po’. Lo sento solo sulla punta del naso: quella devo lasciarla fuori dalle mie protezioni, per poter respirare. Col braccio stringo la borsa a tracolla lungo i fianchi, affondo le mani nelle tasche ruvide e comincio a camminare lungo la striscia verticale che dall’ingresso mi porta al treno. Tutto è scandito sulle strisce tracciate sul pavimento, qui a Pechino. Appena entri in meropolitana hai solo qualche millesimo di secondo per decidere quale sarà la corsia che il tuo corpo dovrà occupare durante il tragitto. Non sono possibili ripensamenti, non puoi nemmeno mostrare incertezza. Romperesti il ritmo, perderesti tempo, entreresti nello spazio vitale di qualcun altro, e questa è una mancanza di rispetto intollerabile.

Scegli la tua striscia del giorno, come da un menù sceglieresti il piatto che più ti aggrada, e cominci a camminare, parallelo ad altre decine di corpi come nel flusso inesorabile di un fiume. A volte mi piace che sia così. Almeno non devo pensare a mettere un piede dopo l’altro: è come se gli altri lo facessero per te. Devo solo ricordarmi di respirare, tutto qui. Qualche volta sei quasi sollevato in mezzo ai corpi che ti si stringono accanto, allora è un po’ come volare.

Il treno non è ancora arrivato. Ci fermiamo, così ho tempo di passare in rassegna il mio corpo, e scopro che: l’alluce sinistro duole dentro la scarpa (domani non ci ricasco, mi metto le ballerine); ho il ventre gonfio (mi devono venire le mestruazioni); il mio stomaco è massaggiato dallo zaino del ragazzo davanti a me (il tè al suo interno non sa da che parte andare); la punta del naso è umida. Punto. Il resto: neutro, come il cielo di stamani.

7.39, arriva il treno. Le porte si aprono e la folla che ne esce crea uno spostamento elastico in tutti noi che siamo in fila, una tensione indefinibile, un momento di vuoto simile a quando ti siedi in riva al mare con l’acqua fino alla vita e l’onda appena infranta ti risucchia, confondendosi con quella nuova che già vuole gettarti dalla parte opposta.

Tocca a noi entrare adesso. Non dovrò decidere dove mettermi, spero solo di essere vicina all’uscita. Forse.

Eccoci, tutti ordinati, verticali, a garantire lo sfruttamento massimo della capienza e dunque dell’efficienza del mezzo. Tutti pronti a svolgere le proprie mansioni quotidiane, avvolti, incellofanati quasi, dai vetri del treno, come tante bottiglie vuote ancora imballate in attesa di essere riempite.

Cellofan

N.d.r.: Il racconto lo dedico ad Alessandro M., lui capirà il perché. La foto la dedico a Massimo D., lui forse non capirà il perché, dal momento che l’avrà già dimenticato. Ma non importa.

Senza scivolare via #1

Terza elementare. Lezione di scienze. La maestra ci affida il compito di fotografare gli animali, per insegnarci ad osservare da vicino le loro caratteristiche.

I miei genitori mi portano allo zoo di Firenze e, per la prima volta nella mia vita, mi affidano la macchina fotografica, fino ad allora frutto proibito di cui non potevo cibarmi. Sempre troppo alta nelle mani di mio padre. Sempre troppo fragile e preziosa per stare fra le mie.

Eccola adesso, con un rullino tutto per me, pronto a bloccare per sempre le impressioni che così facilmente scivolano via, e renderle visibili anche agli altri.

Un rullino di animali, ritratti il più vicino possibile, per catturarne il calore, l’odore acre, lo scintillio dei loro musi umidi incastrati fra le sbarre. E poi il sorriso di mio fratello, già seduto sul sedile posteriore della macchina dopo un pomeriggio di giochi. Il sole gli rendeva trasparenti le guance.

Lo sviluppo fu una delusione: foto sfocate, tagliate, mosse, troppo buie, illeggibili…

In una parola, infedeli. E bugiarde, anche. Non era quello che volevo dire, non era quello che avevo visto.

Da quel giorno mi promisi che avrei insegnato alla macchina fotografica a mostrare cosa c’è nei miei occhi. Non che ci sia riuscita, beninteso. Ma ogni tanto mi ascolta.

Per questo da domani, ogni tanto, vi mostrerò i messaggi che vedo sfilare davanti a me. Spero di essere pronta a coglierli.

prime foto

Robert Capa in Italia 1443-1944

Mostra MNAF CapaApre oggi al Museo Nazionale Alinari della Fotografia la mostra del grande fotografo ungherese, da molti considerato il padre del fotogiornalismo. In 78 scatti si rivelano i giorni terribili del secondo conflitto mondiale.

Un’Italia che cerca di farsi strada fra le macerie della guerra. La terra inaridita dal sole a picco di luglio, ma che pare ancor più spoglia e avvizzita, in mezzo a quella devastazione. Le città del nostro sud, Napoli, Palermo, che nonostante la distruzione che le circonda, cercano di continuare a vivere, mantenendo i riti quotidiani, condividendo la vita che rimane, chissà per quanto ancora. E le vite parallele. Quelle degli italiani e quelle dei soldati americani, venuti da un luogo distante per kilometri e per cultura. Si incontrano, riconoscendo negli occhi dell’altro le stesse paure, la stessa incertezza. E fanno un po’ di strada insieme, raccontandosi l’un l’altro e aiutandosi.

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Ma Capa riesce a cogliere anche una speranza, fra quelle macerie. La si legge negli occhi di un uomo, che davanti alla sua casa distrutta, ride con una bambina. Due materassi marci e polverosi la sua poltrona. Oppure nel sorriso di un giovane soldato, che per distrarsi dalla strage si fa lustrare le scarpe, mentre dietro un collega ed una ragazza italiana si stringono in un abbraccio complice.

I soldati tedeschi prigionieri, poi, hanno le stesse facce pulite e acerbe. In quegli occhi ci sono forse gli stessi sogni degli americani, degli italiani. Se non fosse per la divisa sarebbe impossibile distinguerli.

Un giorno John Steinbeck commentando le opere di Robert Capa disse: “ Capa sapeva cosa cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un’emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino”.

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La mostra è visitabile presso il MNAF, in Piazza Santa Maria Novella, fino al 23 febbraio 2014. Biglietto intero €9, ridotto €7,50. Aperto dalle 10,00 alle 18,30; chiuso il mercoledì.

Michelangelo negli occhi di un fotografo

“Il potere dello sguardo”

Da oggi una mostra alle Cappelle Medicee ci permette di vedere le sculture di Michelangelo da un punto di vista inaspettato

Amendola il potere dello sguardo

Il silenzio e la luce radente. Un fotografo e le opere d’arte che ama. Tra loro solo la macchina fotografica, il mezzo per intessere un gioco di sguardi intimo ed intenso. Il risultato è visibile nella mostra che si inaugura oggi alle Cappelle Medicee, in cui si esibiscono 23 scatti del fotografo pistoiese Aurelio Amendola. Le gigantografie, in bianco e nero, ritraggono le opere della Sacrestia Nuova, ma anche il David e i Prigioni. Esse accolgono i visitatori all’ingresso, nella Cripta.  Incontriamo prima loro delle sculture vere e proprie. E non si può non provare un pizzico di invidia per il dialogo segreto che Amendola ha potuto avere con esse. Il suo obbiettivo tratta il marmo come se fosse pelle, le statue come soggetti vivi, facendo loro prendere vita, cogliendo pienamente il senso che Michelangelo ha voluto dar loro, e rivelandolo anche a noi. La novità non sta solo nelle prospettive inedite, ma nel carattere, nella personalità che questi corpi inaspettatamente svelano dietro la macchina.

Il modo migliore per iniziare a celebrare i 450 anni dalla morte del gran genio, avvenuta il 18 febbraio 1564.

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Giuliano Duca di Nemours, foto Aurelio Amendola

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Notte, foto Aurelio Amendola

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Giorno, foto Aurelio Amendola

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Aurora, foto Aurelio Amendola

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David, foto Aurelio Amendola

La mostra è visitabile fino al 15 marzo 2014 dalle 8,15 alle 13,50 tutti i giorni tranne II e IV domenica del mese, I, II e V lunedì del mese. Ingresso 6 euro, tre euro ridotto.