Senza scivolare via #4

Bianconiglio

«È tardi, è tardi!»

Fin troppo facile scovare  il nesso fra il titolo della foto e la citazione tratta da un libro del celebre scrittore britannico Charles Lutwidge Dodgson…

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Gli occhi dei tuoi occhi

Due gli occhi, due le città, una poesia, ma moltiplicata per due. Si inaugura così un nuovo stimolante gioco culturale. Che parte da Firenze, beninteso.

L’ubiquità eteronimica è la possibilità garantita dall’arte a una stessa persona, individuata da diversi nomi, di essere e stare in diversi luoghi nel medesimo tempo; è consistere in quanto poeti, filosofi, artisti grafici, artisti plastici senza riuscire a scindere tra di loro questi modi di essere; è rimanere sempre e solo una persona e ospitare in sé molte personalità conviventi cooperativamente: “Ubiquità eteronimiche” è lo spazio virtuale che ospita le idee e le opere di chi vive o ha vissuto a Firenze, ma che spiritualmente permane in città; di chi ha prodotto o produce a Firenze, ma che, dovunque crei, l’essere stato qui gli è imprescindibile; di chi è fiorentino, ma sta bene nel mondo, di chi è del mondo, ma sta bene a Firenze; di chi molto seriamente gioca perché ha smascherato il gioco della serietà. Chi volesse diventare cittadino di “Ubiquità eteronimiche” e sia in possesso dei requisiti può inviare alcune foto delle opere realizzate a Firenze e i versi che da queste sono inseparabili.

Occhi di carta

 Occhi di carta, ValVest Firenze 2000

Inaugura lo spazio ValVest, al secolo Valentino Vestinovi, creatore italo-brasiliano primo cittadino onorario della repubblica degli eteronimi ubiqui.

Occhi di carta

Occhi di carta.a, ValVest Firenze 2000

Sotto il segno della “doppiezza” l’opera di ValVest: Padre italiano madre slava; italiano di cuore, brasiliano d’adozione; due gli occhi da cui si lascia tubare; gli occhi delle due città amate che lo ricambiano di fertile ispirazione: Florianopolis, Brasile, e Firenze Italia, due città del fiore agli antipodi; due le date fatidiche 2000, 2014.

Occhi di cristallo

  Occhi di cristallo, ValVest Firenze 2000

«Solo quando ho trovato le foto che vi mando, ho capito il senso» racconta ValVest «di questi miei ultimi scatti fiorentini: mi sentivo scrutato, sedotto, penetrato, respinto e desiderato dagli occhi che avevo incastonato in un mosaico di carta e in uno di vetro e smalto su cui stavo lavorando allora; gli occhi di Firenze, gli occhi del tempo… I versi che accompagnano le foto – versi scritti ora, a Florianopolis dove vivo – sono per non dimenticare l’attimo della comprensione, che è arrivato guardando le foto di due opere il cui senso ancora mi sfuggiva, prima di decidere di mandarvele, ora non più…».

Gli occhi  dei tuoi occhi

Vetro e  ghiaccio

Stecchi e  foglie

Guardano  dentro la terra

Vedono in  fondo al bosco

Fluiscono  umorosi dentro

Terminano  dove inizio

Gli occhi  dei tuoi occhi

Os olhos dos teus olhos

Vidro e gelo

Galhos e  folhas

Olham  dentro da terra

Enxergam no fundo do  bosque

Fluem humorosos dentro

Acabam onde eu começo

Os olhos dos teus olhos

ValVest, Florianopolis 2014

Ringraziamo per la traduzione in portoghese Don Tommaso, amico dell’artista, nonché professore d’italiano all’Università di Belo Horizonte.

 

P.S.:

Sono costretta a intervenire per cercare di spiegare l’inesplicabile: mentre l’intervento di ValVest è stato da me pubblicato su questo blog è invece apparso, come per arte di magia, tradotto in spagnolo, sul blog del collega saragozzano Fernando Juberias Calvohttp://almacendecoloniales.blogspot.com.es/2014/03/ubicuidades-heteronimicas.html

Fernando non conosceva ValVest e non riesce a capacitarsi dell’accaduto, che considera un atto di hackeraggio; giustificandolo come un fenomeno della imperscrutabile densità di Internet, pensa che si tratti del gesto di un “artista cuculo” che ha deposto un ingombrante uovo nel suo sito; si tratta sicuramente di un artista nomade e ubiquo, dice, che deambula in Internet depositando la sua opera nei luoghi più insospettati: conoscendo ValVest, posso assicurare che questo è l’atto gratuito con cui ha sigillato l’aleatoria riproducibilità dell’opera d’arte e la possibilità che si autoattribuisce di potere essere in luoghi diversi nello stesso tempo.

Fernando non sa tutto questo, ma lo intuisce e lo dimostra nel breve scritto che premette all’invasione hackeristica di ValVest: l’interventoche segue è completamente alieno alla mia volontà – precisa Fernando – è un incastonamento apparentemente migrato dal blog di una creatrice fiorentina dove questa stessa azione artistica appare proprio in questi giorni. Fernando però non ha dubbi: l’atto di parassitismo, o meglio di simbiosi, possiede una qualità che lo obbliga all’accoglienza e, dunque, decide di lasciarlo nel caso qualcuno dei possibili navigatori del suo blog ne tragga godimento.

Un granchio perfetto

Sono davvero onorata di poter pubblicare su questo spazio l’articolo di una persona che stimo molto. E’ Cristina Petrelli, storica dell’arte con una predilezione per quella contemporanea, curatrice di mostre e critica d’arte. E’ anche amica mia, ma questo non lo troverete sulla sua biografia. Sul blog l’avete già sentita nominare, perché in passato ho scritto un pezzo su una mostra da lei curata. Questa volta ho chiesto a lei di raccontarci perché visitare questa nuova mostra. Io starei ore a sentirla parlare, voi qui avete l’opportunità di leggerla.

Aleksandra Zurczak Exit foto Lorenzo Cosentino a

di Cristina Petrelli

La personale di Aleksandra Zurczak alla Biblioteca di Architettura

«Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno d’un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato.

– Ho bisogno di altri cinque anni – disse Chang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto». (CALVINO, I., Lezioni Americane, Mondadori Milano, 2002, p.62)

Ho scelto questo racconto per esprimere l’essenza dell’istallazione che, con il titolo Exit, Aleksandra Zurczak (Konin, Polonia, 1983) ha proposto nell’Archispazio di Palazzo San Clemente a Firenze.

Aleksandra Zurczak Exit foto Lorenzo Cosentino c

La mostra personale, aperta dal 13 febbraio al 6 marzo, si inserisce nell’Archité, un’iniziativa della Biblioteca di Scienze Tecnologiche – Architettura promossa da Luca De Silva che per  formulare una serie di appuntamenti dedicati all’arte contemporanea si è avvalso della mia collaborazione.

La giovane artista polacca pone l’accento sulla relazione che si crea tra lo spazio, l’opera e il fruitore. Interviene sull’ambiente applicando delle forme in resina sul muro. Le allinea, collocandole tutte alla medesima altezza dal pavimento, tracciando un’ipotetica retta formata da innumerevoli punti bianchi tra i quali, improvvisamente, ne compare uno nero.

Zurczak ricorre esclusivamente ai mezzi espressivi propri dell’arte visiva affidando alla forma, al colore e alla disposizione degli elementi il messaggio da comunicare.

Se il bianco è negativo, il nero è positivo. L’artista assegna un valore specifico ai due colori e li collega a delle dimensioni mentali. Le forme bianche si riferiscono a uno stato di fissità. Un’immobilità di pensiero che impedisce l’azione, come per chi vive nel ricordo, o l’allinea, portando a conformare la scelta a quelle altrui. La forma nera rappresenta invece il movimento, lo sviluppo, il cambiamento. Consapevole che la prima condizione non possa esistere senza la seconda, l’artista porta a convivere i due elementi inserendoli nello stesso spazio fisico, quello dell’ambiente architettonico.

La natura istallativa dell’intervento, che sottolinea l’ambito di studi a cui la biblioteca è dedicata, consente di creare uno spazio sospeso, dove i concetti prendono vita. Spazio e tempo si ancorano alle forme esposte e al loro ritmo, così ci troviamo a rallentare nella percezione delle sagome bianche e ad accelerare all’arrivo di quella nera. Come nel granchio del racconto, l’istante perfetto nasce solo da una costruzione lenta.

Aleksandra Zurczak Exit foto Lorenzo Cosentino b (1)

ARCHISPAZIO – Palazzo San Clemente, via Micheli, 2 – Firenze

dal 13 febbraio al 6 marzo 2014 – ingresso libero, aperto dal lunedì al venerdì ore 9,00 – 18,30

Foto di Lorenzo Cosentino

Senza scivolare via #3

Questo blog sta sfuggendo dal mio controllo. Avevo deciso di introdurre una novità esponendomi con le foto e già una di queste mi ha fatto lo scherzo di costruirsi un mondo indipendente intorno. L’ho riguardata ed è arrivato un racconto. Giuro che non l’ho chiamato io. Non è un esercizio di stile o un modo per stupire i miei benevoli lettori. Anche perché da sempre sono profondamente convinta che le storie non appartengano a chi le scrive, ma galleggino nell’aria, finché, quando lo ritengono opportuno, decidono di prendere corpo.

Questa ha scelto me. Sbatterle la porta in faccia mi sembrava un atto di immotivata scortesia.

Cellofan

Cellofan

Ore 7.30, mercoledì. Il cielo stamani ha lo stesso colore della polvere che senza chiedermi il permesso continua a posarsi sui miei mobili. Credo che faccia freddo, ma non ne sono sicura, perché le migliaia di corpi che affollano la metropolitana riescono sempre ad attutirlo un po’. Lo sento solo sulla punta del naso: quella devo lasciarla fuori dalle mie protezioni, per poter respirare. Col braccio stringo la borsa a tracolla lungo i fianchi, affondo le mani nelle tasche ruvide e comincio a camminare lungo la striscia verticale che dall’ingresso mi porta al treno. Tutto è scandito sulle strisce tracciate sul pavimento, qui a Pechino. Appena entri in meropolitana hai solo qualche millesimo di secondo per decidere quale sarà la corsia che il tuo corpo dovrà occupare durante il tragitto. Non sono possibili ripensamenti, non puoi nemmeno mostrare incertezza. Romperesti il ritmo, perderesti tempo, entreresti nello spazio vitale di qualcun altro, e questa è una mancanza di rispetto intollerabile.

Scegli la tua striscia del giorno, come da un menù sceglieresti il piatto che più ti aggrada, e cominci a camminare, parallelo ad altre decine di corpi come nel flusso inesorabile di un fiume. A volte mi piace che sia così. Almeno non devo pensare a mettere un piede dopo l’altro: è come se gli altri lo facessero per te. Devo solo ricordarmi di respirare, tutto qui. Qualche volta sei quasi sollevato in mezzo ai corpi che ti si stringono accanto, allora è un po’ come volare.

Il treno non è ancora arrivato. Ci fermiamo, così ho tempo di passare in rassegna il mio corpo, e scopro che: l’alluce sinistro duole dentro la scarpa (domani non ci ricasco, mi metto le ballerine); ho il ventre gonfio (mi devono venire le mestruazioni); il mio stomaco è massaggiato dallo zaino del ragazzo davanti a me (il tè al suo interno non sa da che parte andare); la punta del naso è umida. Punto. Il resto: neutro, come il cielo di stamani.

7.39, arriva il treno. Le porte si aprono e la folla che ne esce crea uno spostamento elastico in tutti noi che siamo in fila, una tensione indefinibile, un momento di vuoto simile a quando ti siedi in riva al mare con l’acqua fino alla vita e l’onda appena infranta ti risucchia, confondendosi con quella nuova che già vuole gettarti dalla parte opposta.

Tocca a noi entrare adesso. Non dovrò decidere dove mettermi, spero solo di essere vicina all’uscita. Forse.

Eccoci, tutti ordinati, verticali, a garantire lo sfruttamento massimo della capienza e dunque dell’efficienza del mezzo. Tutti pronti a svolgere le proprie mansioni quotidiane, avvolti, incellofanati quasi, dai vetri del treno, come tante bottiglie vuote ancora imballate in attesa di essere riempite.

Cellofan

N.d.r.: Il racconto lo dedico ad Alessandro M., lui capirà il perché. La foto la dedico a Massimo D., lui forse non capirà il perché, dal momento che l’avrà già dimenticato. Ma non importa.

Fiorentini del V secolo

C’è una città visibile e una nascosta, da secoli addormentata sotto i nostri piedi ignari. Possiamo fare supposizioni, provare ad immaginarla, questa città sepolta. Poi qualche volta sei costretto a scavare, ed essa si rivela raccontandoci qualcosa di sè.

Scavi archeologici Uffizi

foto Polo Museale Fiorentino

Caduto l’Impero Romano d’Occidente sotto i colpi dei barbari nel 476, Firenze era rimasta abbandonata, terra di nessuno contesa tra gli stranieri venuti dal nord, che poco avevano in comune con la stirpe romana. Le mura di mattoni che circondavano la città avevano resistito alle lotte, ma la vita al suo interno non era più gloriosa come un tempo. I nuovi popoli avevano portato con sè non solo un nuovo modo di interpretare il mondo, ma anche malattie qui sconosciute, in un tempo in cui perfino l’infuenza poteva essere letale.

Siamo appena fuori dalla cerchia muraria, in quella striscia obliqua di terra che separava la città dal suo fiume, strategica finestra sul mondo che più volentieri si muoveva sull’acqua che sulla terraferma. Ma l’Arno era anche portatore di distruzione, per questo i romani si tennero sempre a distanza di sicurezza, lasciando quella striscia di terra inedificata, non vissuta, usata solo come discarica, in attesa che le inondazioni si portassero via ciò che non serviva più.

In quel limbo, che oggi si trova nell’area di Levante degli Uffizi, durante i lavori di ampiamento degli spazi museali è stata individuata una necropoli risalente probabilmente al V o VI secolo.

Scavi Uffizi

Non è un cimitero qualunque però: non c’è niente di sacro, nessun gesto di attenzione. I sessanta corpi che sono riemersi dal terreno sono stati sepolti in tutta fretta, avvolti in semplici lenzuoli, calati giù nelle fosse con delle corde e abbandonati lì insieme ad altri simili con cui condividere la sorte. Non c’è stato tempo per la pietas, per i riti, per scavare buche più ampie in cui gli amabili resti non si confondessero con quelli di altri tre, cinque, dieci corpi. Sono stati sdraiati di taglio per occupare meno spazio e posti in modo che la testa di uno corrispondesse ai piedi dell’altro. I bambini sono stati incastrati fra gli uni e gli altri, affinché ogni buco fosse tappato. E’ la fotografia esatta e spietata di una tragedia che si è consumata millecinquecento anni fa. Una pestilenza, un’epidemia. Non ci sono segni di morte violenta che facciano ipotizzare un massacro. E nemmeno le carestie sono così rapide a sterminare la popolazione tanto da doverle seppellire in fosse comuni così grandi.

scavi Uffizi accesso al cantiere

Il ritrovamento di questa necropoli dà alla scienza l’opportunità di capire molte cose in più sui nostri concittadini. Nel corso degli anni sono stati ritrovati altri scheletri di età tardo romana, ma mai così tanti, tutti coevi, da permeterci di indagare su cosa mangiavano, in che modo il lavoro incideva sul loro corpo, quale malattia li fece soccombere.

E’ la fotografia spietata di una morte, che però ci permette di vedere quale era la vita che l’ha preceduta.

Archeologi al lavoro agli Uffizi

scavi Uffizi

N.d.r: L’articolo è arricchito dalle foto di Ferruccio Bigi, che era proprio stufo di leggere i miei ringraziamenti agli amici fotografi. Questa volta ho giocato con lui a fare la reporter. E, devo dire, si è comportato bene. Grazie.

Le stanze delle muse

Apre oggi al pubblico una nuova mostra agli Uffizi. Una mostra molto diversa dal solito per il nostro amato museo, che sempre più cerca non solo di fare cultura, ma anche di raccontare storie. 

Nat.Mor.001abComposizione con tappeto, canditi, cesto di frutta e vaso da fiori, Francesco Noletti, 1650 circa, foto A. Baldi

Non so bene chi sia il protagonista di questa mostra, se l’uomo o le opere d’arte esposte, peraltro di grande valore artistico. Sicuramente la sensazione che si ha visitandola è quella di aver visto un’anima appesa alle pareti di quelle sale, frammentata in cento quadri che gli appartennero e declinata nei documenti che attestano il suo passaggio nel mondo. E’ un incontro toccante, dunque, come sempre lo è l’incontro d’anime, anche quando non si sono mai conosciute.

Francesco Molinari Pradelli

Francesco Molinari Pradelli nacque a Bologna nel 1911 e poco più di vent’anni dopo la critica e il grande Arturo Toscanini  già lo definivano direttore d’orchestra di sicuro avvenire. Avevano ragione, perchè di lì a poco Francesco iniziò a calcare non solo tutti i maggiori palchi italiani, ma anche quelli europei ed americani, ottenendo un consenso di pubblico sempre maggiore.

Firenze ebbe l’onore di ascoltarlo varie volte, ospite del Teatro Comunale, in cui si esibì dirigendo concerti sinfonici e opere.

Ma più il tempo passava più Francesco si accorgeva che non era solo la musica ad ispirarlo, ma anche l’arte. E non gli bastò più di guadarla, ma volle anche possederla, quest’arte, tanto che durante la sua vita riuscì a collezionare ben duecento dipinti, la metà dei quali troviamo ora esposti agli Uffizi.

nature morte

Fu una passione tutta personale, totalmente indipendente dalle mode del tempo e dai pareri dei critici. Il suo innato talento, coltivato attraverso un silenzioso studio di manuali d’arte e di riviste specialistiche, lo portò a fare scelte raffinate, che pure evitavano quasi sempre di ricadere su nomi di richiamo.

Si dedicò, dunque, alla raccolta di nature morte sel Seicento e del Settecento, genere colto, oggi riscoperto dalla critica ma allora poco compreso. Nei suoi viaggi intorno al mondo tra un concerto e l’altro andava a ricercare nelle gallerie i pezzi che gli piacevano. Lasciava la sua arte, la musica, e prendeva arte, i quadri, in una sorta di baratto ideale che andava arricchendo entrambe le parti. Poco a poco la sua casa nelle campagne di Bologna si riempì di opere che lui generosamente mostrava agli storici d’arte dell’università della sua città ed offriva alle mostre per il pubblico godimento.

Difficilmente si sarebbe potuto immaginare che un casolare dall’aspetto poco appariscente contenesse un simile tesoro. Ma a lui andava bene così: nel suo anticonformismo prediligeva le gioie autentiche, come leggere un libro d’arte nel suo parco proteggendo le spalle con Il Resto del Carlino piegato due volte contro lo schienale, come portare armonia attraverso i voli della sua bacchetta, come guardare una natura morta.

FMP CHIAVE DI LETTURA

foto A. Baldi

La mostra è visitabile fino all’11 maggio 2014, da martedì a domenica, dalle 8.30 alle 18.30. Prezzo del biglietto: 11 euro intero, 5,50 ridotto.

Ringrazio il mio amico Alessandro Baldi per le numerose foto che ha scattato e per avermi accompagnato in questa scoperta.

Piano Pradelli2

Il salotto del Maestro ricostruito in una sala della mostra, foto A. Baldi