Stay Human

Da domenica 26 Aprile riapre il Forte di Belvedere con un’altra imperdibile mostra di arte contemporanea: Human, dell’artista inglese Antony Gormley

Human

Ormai ci siamo abituati: al Forte si va per fare un’iniezione di bellezza, farci coccolare dal paesaggio, dalla storia che ci circonda e da opere d’arte contemporanea. Ogni anno il Forte riapre rinnovato, reso ancor più affascinante da mostre che ci permettono di osservarlo sempre con occhi nuovi. Nel mio cuore ne sono rimaste due, indelebili. Quella visitata da bambina, di Arnaldo Pomodoro e quella visitata con le mie bambine, di Folon. Sarà che la dimensione familiare amplifica le emozioni…

Anche questa di Gormley però rimarrà nel mio cuore. Forse per la semplicità del messaggio, forse perché l’essere umano è l’opera d’arte che guardiamo senza stancarci.

Human Gormley

Human Gormley 2

Human 3

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Big Bargello is watching you!

Progetto Mnemosyne al Bargello, il sistema interattivo che dialoga col visitatore

Sperimentare il futuro in un tempio del passato. Il museo che osserva il visitatore con un occhio attento. Mi piacciono queste apparenti contraddizioni. La fantascienza è resa realtà da un gruppo di ricercatori dell’Università di Firenze, che per quattro anni, all’interno del Centro per la Comunicazione e Integrazione dei Media – polo di eccellenza creato dal MIUR- hanno sviluppato un sistema interattivo in grado di capire quali sono le opere d’arte più apprezzate da ogni singolo visitatore.

Il museo del Bargello è il primo al mondo a sperimentare il prototipo di Mnemosyne, installato nel Salone di Donatello.

Salone di DonatelloIl Salone di Donatello. Ph. Polo Museale Fiorentino

Nel salone sono stati installati quattro punti di osservazione muniti di telecamere e collegati ad un software di visione digitale che identifica singolarmente ogni visitatore seguendone i movimenti nello spazio. Calcolando i nostri tempi di permanenza davanti alle opere, il computer riesce a farsi un’idea piuttosto chiara riguardo ai nostri gusti artistici. Quando poi ci accingiamo al tavolo interattivo, il software ci riconosce e ci propone spiegazioni e approfondimenti sulle opere che ci sono piaciute di più, ad esempio una breve biografia del nostro artista preferito o le foto di altre opere sue in giro per la città.

Mnemosyne1Una schermata del tavolo interattivo: indica il tempo in percentuale che abbiamo passato davanti ad ogni opera.

Ph. Polo Museale Fiorentino

Ma c’è di più, il sistema è in grado di elaborare statistiche in pochi secondi e segnalarci le opere gradite ai visitatori con gusti a noi simili, nel caso ce le fossimo perse per una momentanea Sindrome di Stendhal. Devo dire che questo Mnemosyne mi è proprio piaciuto: in molti, come me, saranno curiosi di sapere cosa ha capito un computer dei nostri gusti. Inoltre, ricevere approfondimenti su misura migliora la qualità culturale della visita, perché quando dispositivi e didascalie ci snocciolano informazioni per noi poco interessanti, finisce che ci stufiamo e non leggiamo più.

Le eccellenze italiane ci rendono ancora una volta orgogliosi: hanno inventato un museo che ci guarda e ci racconta chi siamo.

Mnemosyne 4Uno degli ingegneri informatici che hanno sviluppato il sistema davanti al tavolo interattivo.

Ph: Polo Museale Fiorentino

Atys

Ma quanto mi guardi? La telecamera, in posizione discreta e non invasiva, ci riprende mentre sostiamo davanti all’Attis di Donatello

David2

Anche il David bronzeo di Donatello è presidiato

 Madonna Michelozzo Bargello

Ti è piaciuta la Madonna in terracotta di Michelozzo? Forse ti può interessare sapere che è a lui che si deve il bellissimo Palazzo Medici Riccardi, o il monumento funebre dell’antipapa Giovanni XXIII conservato nel Battistero

Mnemosyne Bargello

Big Bargello is watching you!

L’Adorazione rivelata

Dopo un anno di restauro l’Adorazione dei Magi di Leonardo torna al suo antico splendore

Il laboratorio di restauro dell’Opificio delle Pietre Dure è un luogo off limits. Ci si entra solo se si ha un camice e delle mani  sapienti e premurose, capaci di prendersi cura di pazienti eccellenti. Nelle “corsie”, scandite da tavoli imbanditi con pennelli, detergenti e colori si possono incontrare la Maddalena lignea di Donatello, il San Girolamo di Botticelli, un’Ultima Cena del Vasari e una tavola del Beato Angelico, tanto per dirne alcuni. Lì, tolti dalla loro iconica posizione, in un posto così vissuto, quotidiano, è ancora più emozionante vederli.

Qualche volta il restauro riserva delle sorprese. Ti aspetti di vedere l’opera più pulita e splendente e invece ti ritrovi davanti ad una meraviglia che non conoscevi. Cerchi di ricordarti come era prima, l’ultima volta che l’hai vista, anni fa, perché sei sicuro di essere stato ore a guardarla, ma i dettagli sembrano essere evaporati col tempo.

E’ così che mi sono sentita stamani davanti all’Adorazione dei Magi di Leonardo, mostrata alla stampa dopo un anno di restauro.

Le figure accalcate intorno al miracolo della vita prendono corpo, mentre i volti si mostrano nella loro forza espressiva, restituendo la drammaticità che Leonardo voleva conferire alla scena. E’ come la foto di un istante, quello in cui la verità si rivela e a tutti in quel preciso attimo è chiaro che Dio si è fatto Uomo e sta solo a ciascuno di noi scegliere se salvarsi per mezzo di lui o volgergli le spalle. L’Epifania. La rivelazione. E’ un momento di concitazione, smarrimento. I pensieri si accavallano. Ognuno reagisce a suo modo, libero nella scelta di seguire la strada giusta o perdersi per sempre. Le emozioni che l’animo umano può provare si declinano in innumerevoli possibilità. Su questo vuol farci riflettere Leonardo, che con il suo pennello, mutevole quanto il suo animo, lasciava che il quadro variasse rispetto all’idea primitiva. Solo così la realtà poteva essere fedelmente rappresentata nella sua variabilità.

Adorazione dei Magi Leonardo, prima del restauro

L’Adorazione dei Magi prima del restauro. Ph. Pino Zicarelli

Adorazione dei Magi, Leonardo, restaurata, ph Elena Riccio

L’Adorazione dei Magi come si presenta oggi.  Grazie al restauro sono percepibili ad occhio nudo alcuni dettagli prima illeggibili, come i muratori che costruiscono il tempio, in alto a sinistra.

Leonardo, Adorazione dei Magi, ph Elena Riccio

L’Adorazione dei Magi come si presenta oggi, dettaglio

Adorazione dei Magi Leonardo restaurata

L’Adorazione dei Magi come si presenta oggi, dettaglio

Leo.durante.part Adorazione dei Magi

L’Adorazione dei Magi come si presenta oggi, dettaglioPh. Pino Zicarelli

Il restauro mette in evidenza i ripensamenti di Leonardo, che soleva modificare i quadri in corso d’opera. Il gruppo di cavalli e cavalieri prefigura l’atmosfera della perduta Battaglia di Anghiari

L'Adorazione dei Magi come si presenta oggi, dettaglio. Ph. Pino Zicarelli

L’Adorazione dei Magi come si presenta oggi, dettaglioPh. Pino Zicarelli. Leonardo dipinge la testa del cavallo in più posizioni prima di compiere una scelta definitiva.

 

 Notizie:

  • L’Adorazione dei Magi fu eseguita nel 1481 per il monastero di San Donato a Scopeto, raso al suolo dai fiorentini nel 1529 in vista dell’assedio della città.
  • Leonardo vi lavorò un anno, poi, partito per Milano, affidò la tavola incompiuta alla famiglia Benci. I monaci scopetini, non ricevendo l’opera commissionata, chiesero a Filippino Lippi di realizzare una pala dallo stesso soggetto, oggi agli Uffizi.
  • La tavola si trova presso i laboratori dell’Opificio dal novembre 2011. Dopo le indagini diagnostiche durate un anno è iniziata una prima fase di restauro della parte pittorica, che si concluderà fra diversi mesi. In seguito verrà effettuato il restauro del supporto ligneo.
  • L’opera tornerà agli Uffizi entro la fine del 2015, trovando posto nella sua sala, la 15, che nel frattempo sarà riallestita.
  • Il restauro è stato possibile grazie al generoso contributo degli Amici degli Uffizi, l’associazione no-profit che ha versato per la parte iniziale 170 mila euro.
  • L’obiettivo del restauro non è quello di far tornare la tavola come era da nuova, ma renderla completamente leggibile, pur rispettando i segni del passaggio del tempo.

Opificio delle Pietre Dure, laboratorio di restauro

Una sala del laboratorio di restauro dell’Opificio, presso la Fortezza da Basso

P.S.: Le foto senza crediti sono mie, come è usanza nel mio sito.  Se sono venute bene è perchè Massimo D’Amato, fotografo di professione, mi ha prestato la sua macchina. Lo ringrazio ufficialmente.

Imprevedibili variazioni

Anche stavolta il blog ha l’onore di ospitare la sapiente penna della storica dell’arte Cristina Petrelli, che avete imparato a conoscere se ogni tanto passate da queste parti. Qui ci presenta l’ultima mostra da lei curata, in corso presso la Biblioteca di Scienze Tecnologiche.

IMPREVEDIBILI VARIAZIONI

di Cristina Petrelli

La personale di Mona Lisa Tina alla Biblioteca di Architettura

 

«[…] dov’è Perseo, che sciogliendo Andromeda, nuda allo scoglio marino, et havendo posato in terra la testa di Medusa, che uscendo sangue dal collo tagliato, et imbrattando l’acqua del mare, ne nascieva i coralli.»[1] Vasari, nel 1570, descrive con queste parole Perseo e Andromeda, come li aveva rappresentati in un suo dipinto. Si potrebbe dire che, il momento in cui le piante marine si trasformano in coralli a contatto con il sangue della Gorgone e le ninfee accorrono per adornarsene, non è il più ricordato in un mito che ha avuto un’enorme fortuna. Proprio: «[…] questo incontro d’immagini, in cui la sottile grazia del corallo sfiora l’orrore feroce della Gorgone»[2] introduce il lavoro di Mona Lisa Tina (Francavilla Fontana BR 1977). Nel 2013 l’artista ha presentato al MAP, il Museo Mediterraneo dell’Arte Presente di Brindisi, “Anthozoa”. Una performance che trae ispirazione dall’episodio citato, tanto che il titolo non è altro che il nome scientifico della pianta del corallo.

Anthozoa

Mona Lisa Tina, Anthozoa, progetto performativo al MAP di Brindisi

L’evento apre di fatto un nuovo ciclo, seguendo la conclusione del progetto “Skin Borders” che ha impegnato l’artista dal 2008 al 2011. Attraverso le immagini presentate a Firenze è possibile soffermarsi proprio su questo passaggio. La mostra si inserisce nell’Archité, un’iniziativa promossa da Luca De Silva che vede la mia collaborazione. Gli scatti appartengono a “Obscuratio”, “Human” e “Into the core”, i tre momenti in cui il progetto “Skin Borders” è stato articolato, e ad “Anthozoa”. Si tratta di azioni performative in cui l’artista esibisce se stessa, il proprio corpo, nudo e trasformato. Mona Lisa Tina elegge la performance a mezzo espressivo privilegiato per attivare una reazione profonda e intima nell’osservatore e anche in se stessa. Momento di scambio introspettivo irripetibile, annulla le sovrastrutture imposte per arrivare a scoprire se stessi con consapevolezza.

Mona Lisa Tina, Obscuratio, mostra e performance alla Galleria Fuorizona artecontemporanea di Macerata

 Mona Lisa Tina, Obscuratio, mostra e performance alla Galleria Fuorizona arte contemporanea di Macerata

In questo ambito l’istante performativo acquista una sua sacralità che la fissità della fotografia sembrerebbe annullare. In Oltre il Corpo, la personale in corso dal 10 al 30 aprile presso la Biblioteca di Scienze Tecnologiche-Architettura di Firenze, Mona Lisa Tina espone il suo lavoro a un pubblico allargato, ma gli chiede egualmente un ruolo attivo. La mostra è volutamente incompleta. Nel soffermarsi sulla singola immagine come sul loro insieme tante sono le domande che affiorano e tante le risposte che non possono venir trovate nell’immediato. Viene attivato un processo che proseguirà all’interno di ognuno. «Abbandonarsi all’incertezza – assegnandole un significato euristico, non lo sconforto di una resa senza condizioni al dominio dell’ignoranza – vuol dire da una parte aprire l’orizzonte al vasto paniere delle possibilità, dall’altra dimenticare la suggestione di uno schema archetipico di partenza che incarni la perfezione.»[3] In questo senso, nel solco della filosofia post-umana, l’anomalia non fa più paura. Nasce il corallo dal sangue del mostro.

 

Mona Lisa Tina, Human, progetto performativo al CRAC di Cremona

Mona Lisa Tina, Human, progetto performativo al CRAC di Cremona

 

 

[1] La Nascita del Corallo. Iconografia e iconologia, Dipartimento di Storia dell’Arte, Facoltà di Scienze Umanistiche dell’Università di Roma “La Sapienza”.

[2] CALVINO, I., Lezioni americane, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2002.

[3] MARCHESINI, R., Post-human, Bollati Boringhieri, Torino 2002.

 

ARCHISPAZIO –Palazzo San Clemente, via Micheli, 2 – Firenze

dal 10 al 30 aprile 2014 – dal lunedì al venerdì ore 9,00 – 18,30 – ingresso libero

 

Un granchio perfetto

Sono davvero onorata di poter pubblicare su questo spazio l’articolo di una persona che stimo molto. E’ Cristina Petrelli, storica dell’arte con una predilezione per quella contemporanea, curatrice di mostre e critica d’arte. E’ anche amica mia, ma questo non lo troverete sulla sua biografia. Sul blog l’avete già sentita nominare, perché in passato ho scritto un pezzo su una mostra da lei curata. Questa volta ho chiesto a lei di raccontarci perché visitare questa nuova mostra. Io starei ore a sentirla parlare, voi qui avete l’opportunità di leggerla.

Aleksandra Zurczak Exit foto Lorenzo Cosentino a

di Cristina Petrelli

La personale di Aleksandra Zurczak alla Biblioteca di Architettura

«Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno d’un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato.

– Ho bisogno di altri cinque anni – disse Chang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto». (CALVINO, I., Lezioni Americane, Mondadori Milano, 2002, p.62)

Ho scelto questo racconto per esprimere l’essenza dell’istallazione che, con il titolo Exit, Aleksandra Zurczak (Konin, Polonia, 1983) ha proposto nell’Archispazio di Palazzo San Clemente a Firenze.

Aleksandra Zurczak Exit foto Lorenzo Cosentino c

La mostra personale, aperta dal 13 febbraio al 6 marzo, si inserisce nell’Archité, un’iniziativa della Biblioteca di Scienze Tecnologiche – Architettura promossa da Luca De Silva che per  formulare una serie di appuntamenti dedicati all’arte contemporanea si è avvalso della mia collaborazione.

La giovane artista polacca pone l’accento sulla relazione che si crea tra lo spazio, l’opera e il fruitore. Interviene sull’ambiente applicando delle forme in resina sul muro. Le allinea, collocandole tutte alla medesima altezza dal pavimento, tracciando un’ipotetica retta formata da innumerevoli punti bianchi tra i quali, improvvisamente, ne compare uno nero.

Zurczak ricorre esclusivamente ai mezzi espressivi propri dell’arte visiva affidando alla forma, al colore e alla disposizione degli elementi il messaggio da comunicare.

Se il bianco è negativo, il nero è positivo. L’artista assegna un valore specifico ai due colori e li collega a delle dimensioni mentali. Le forme bianche si riferiscono a uno stato di fissità. Un’immobilità di pensiero che impedisce l’azione, come per chi vive nel ricordo, o l’allinea, portando a conformare la scelta a quelle altrui. La forma nera rappresenta invece il movimento, lo sviluppo, il cambiamento. Consapevole che la prima condizione non possa esistere senza la seconda, l’artista porta a convivere i due elementi inserendoli nello stesso spazio fisico, quello dell’ambiente architettonico.

La natura istallativa dell’intervento, che sottolinea l’ambito di studi a cui la biblioteca è dedicata, consente di creare uno spazio sospeso, dove i concetti prendono vita. Spazio e tempo si ancorano alle forme esposte e al loro ritmo, così ci troviamo a rallentare nella percezione delle sagome bianche e ad accelerare all’arrivo di quella nera. Come nel granchio del racconto, l’istante perfetto nasce solo da una costruzione lenta.

Aleksandra Zurczak Exit foto Lorenzo Cosentino b (1)

ARCHISPAZIO – Palazzo San Clemente, via Micheli, 2 – Firenze

dal 13 febbraio al 6 marzo 2014 – ingresso libero, aperto dal lunedì al venerdì ore 9,00 – 18,30

Foto di Lorenzo Cosentino

Fiorentini del V secolo

C’è una città visibile e una nascosta, da secoli addormentata sotto i nostri piedi ignari. Possiamo fare supposizioni, provare ad immaginarla, questa città sepolta. Poi qualche volta sei costretto a scavare, ed essa si rivela raccontandoci qualcosa di sè.

Scavi archeologici Uffizi

foto Polo Museale Fiorentino

Caduto l’Impero Romano d’Occidente sotto i colpi dei barbari nel 476, Firenze era rimasta abbandonata, terra di nessuno contesa tra gli stranieri venuti dal nord, che poco avevano in comune con la stirpe romana. Le mura di mattoni che circondavano la città avevano resistito alle lotte, ma la vita al suo interno non era più gloriosa come un tempo. I nuovi popoli avevano portato con sè non solo un nuovo modo di interpretare il mondo, ma anche malattie qui sconosciute, in un tempo in cui perfino l’infuenza poteva essere letale.

Siamo appena fuori dalla cerchia muraria, in quella striscia obliqua di terra che separava la città dal suo fiume, strategica finestra sul mondo che più volentieri si muoveva sull’acqua che sulla terraferma. Ma l’Arno era anche portatore di distruzione, per questo i romani si tennero sempre a distanza di sicurezza, lasciando quella striscia di terra inedificata, non vissuta, usata solo come discarica, in attesa che le inondazioni si portassero via ciò che non serviva più.

In quel limbo, che oggi si trova nell’area di Levante degli Uffizi, durante i lavori di ampiamento degli spazi museali è stata individuata una necropoli risalente probabilmente al V o VI secolo.

Scavi Uffizi

Non è un cimitero qualunque però: non c’è niente di sacro, nessun gesto di attenzione. I sessanta corpi che sono riemersi dal terreno sono stati sepolti in tutta fretta, avvolti in semplici lenzuoli, calati giù nelle fosse con delle corde e abbandonati lì insieme ad altri simili con cui condividere la sorte. Non c’è stato tempo per la pietas, per i riti, per scavare buche più ampie in cui gli amabili resti non si confondessero con quelli di altri tre, cinque, dieci corpi. Sono stati sdraiati di taglio per occupare meno spazio e posti in modo che la testa di uno corrispondesse ai piedi dell’altro. I bambini sono stati incastrati fra gli uni e gli altri, affinché ogni buco fosse tappato. E’ la fotografia esatta e spietata di una tragedia che si è consumata millecinquecento anni fa. Una pestilenza, un’epidemia. Non ci sono segni di morte violenta che facciano ipotizzare un massacro. E nemmeno le carestie sono così rapide a sterminare la popolazione tanto da doverle seppellire in fosse comuni così grandi.

scavi Uffizi accesso al cantiere

Il ritrovamento di questa necropoli dà alla scienza l’opportunità di capire molte cose in più sui nostri concittadini. Nel corso degli anni sono stati ritrovati altri scheletri di età tardo romana, ma mai così tanti, tutti coevi, da permeterci di indagare su cosa mangiavano, in che modo il lavoro incideva sul loro corpo, quale malattia li fece soccombere.

E’ la fotografia spietata di una morte, che però ci permette di vedere quale era la vita che l’ha preceduta.

Archeologi al lavoro agli Uffizi

scavi Uffizi

N.d.r: L’articolo è arricchito dalle foto di Ferruccio Bigi, che era proprio stufo di leggere i miei ringraziamenti agli amici fotografi. Questa volta ho giocato con lui a fare la reporter. E, devo dire, si è comportato bene. Grazie.

Le stanze delle muse

Apre oggi al pubblico una nuova mostra agli Uffizi. Una mostra molto diversa dal solito per il nostro amato museo, che sempre più cerca non solo di fare cultura, ma anche di raccontare storie. 

Nat.Mor.001abComposizione con tappeto, canditi, cesto di frutta e vaso da fiori, Francesco Noletti, 1650 circa, foto A. Baldi

Non so bene chi sia il protagonista di questa mostra, se l’uomo o le opere d’arte esposte, peraltro di grande valore artistico. Sicuramente la sensazione che si ha visitandola è quella di aver visto un’anima appesa alle pareti di quelle sale, frammentata in cento quadri che gli appartennero e declinata nei documenti che attestano il suo passaggio nel mondo. E’ un incontro toccante, dunque, come sempre lo è l’incontro d’anime, anche quando non si sono mai conosciute.

Francesco Molinari Pradelli

Francesco Molinari Pradelli nacque a Bologna nel 1911 e poco più di vent’anni dopo la critica e il grande Arturo Toscanini  già lo definivano direttore d’orchestra di sicuro avvenire. Avevano ragione, perchè di lì a poco Francesco iniziò a calcare non solo tutti i maggiori palchi italiani, ma anche quelli europei ed americani, ottenendo un consenso di pubblico sempre maggiore.

Firenze ebbe l’onore di ascoltarlo varie volte, ospite del Teatro Comunale, in cui si esibì dirigendo concerti sinfonici e opere.

Ma più il tempo passava più Francesco si accorgeva che non era solo la musica ad ispirarlo, ma anche l’arte. E non gli bastò più di guadarla, ma volle anche possederla, quest’arte, tanto che durante la sua vita riuscì a collezionare ben duecento dipinti, la metà dei quali troviamo ora esposti agli Uffizi.

nature morte

Fu una passione tutta personale, totalmente indipendente dalle mode del tempo e dai pareri dei critici. Il suo innato talento, coltivato attraverso un silenzioso studio di manuali d’arte e di riviste specialistiche, lo portò a fare scelte raffinate, che pure evitavano quasi sempre di ricadere su nomi di richiamo.

Si dedicò, dunque, alla raccolta di nature morte sel Seicento e del Settecento, genere colto, oggi riscoperto dalla critica ma allora poco compreso. Nei suoi viaggi intorno al mondo tra un concerto e l’altro andava a ricercare nelle gallerie i pezzi che gli piacevano. Lasciava la sua arte, la musica, e prendeva arte, i quadri, in una sorta di baratto ideale che andava arricchendo entrambe le parti. Poco a poco la sua casa nelle campagne di Bologna si riempì di opere che lui generosamente mostrava agli storici d’arte dell’università della sua città ed offriva alle mostre per il pubblico godimento.

Difficilmente si sarebbe potuto immaginare che un casolare dall’aspetto poco appariscente contenesse un simile tesoro. Ma a lui andava bene così: nel suo anticonformismo prediligeva le gioie autentiche, come leggere un libro d’arte nel suo parco proteggendo le spalle con Il Resto del Carlino piegato due volte contro lo schienale, come portare armonia attraverso i voli della sua bacchetta, come guardare una natura morta.

FMP CHIAVE DI LETTURA

foto A. Baldi

La mostra è visitabile fino all’11 maggio 2014, da martedì a domenica, dalle 8.30 alle 18.30. Prezzo del biglietto: 11 euro intero, 5,50 ridotto.

Ringrazio il mio amico Alessandro Baldi per le numerose foto che ha scattato e per avermi accompagnato in questa scoperta.

Piano Pradelli2

Il salotto del Maestro ricostruito in una sala della mostra, foto A. Baldi