La Casa Museo di Giotto a Vespignano e le Invasioni digitali

Una visita alla Casa di Giotto, su una collina di Vespignano, per partecipare alle #INVASIONIDIGITALI

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Avete sentito parlare di #INVASIONIDIGITALI? Quando ne sono venuta a conoscenza sono rimasta subito entusiasta. Si tratta di un progetto ideato da Fabrizio Todisco in collaborazione con la Rete di travel blogger italiani di #iofacciorete, Officina turistica, Instagramers italia e l’Associazione nazionale piccoli musei. In tutta Italia sono stati organizati eventi a cui bloggers, instagramers, fotografi ed amanti di social media potevano partecipare dando libero sfogo alla voglia di comunicare attraverso i loro mezzi preferiti. Il fine ultimo è quello di rendere più visibile il nostro patrimonio -anche quello meno conosciuto, rendere la cultura più “democratica” e proporne un approccio innovativo e interattivo attraverso i mezzi digitali. La cultura è e deve essere davvero per tutti; parlarne, condividere le proprie emozioni e- perché no- fotografare, sono modi per creare un legame personale con essa.  Mercoledì scorso ho partecipato all'”invasione” del Museo di Doccia. Decine di indomiti digitali hanno “paparazzato” con smartphone e tablet i preziosi manufatti usciti dalle offine Ginori dal Settecento ad oggi. Se ci fosse stata una star da rivista patinata non so se avrebbe ricevuto le stesse attenzioni. Segno che ormai siamo in tanti a sentire il bisogno di riappropriarci del nostro patrimonio e dei valori che esso rappresenta.

Io sono andata con i mezzi tradizionali: taccuino, penna e macchina fotografica, proprio come una giornalista d’altri tempi. Il mio smartphone infatti mi ha abbandonato qualche giorno fa… Sono stata contenta di aver partecipato perché ho conosciuto Valentina, Sara, Ilaria e Ioana, impegnate sul web e nella vita a comunicare la bellezza del nostro patrimonio.

Per domenica era prevista un’invasione alla Casa di Giotto, uno dei miei luoghi del cuore, e di certo io e il mio taccuino non potevamo mancare.

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Venendo da Firenze il colle di Vespigano si trova sulla strada che da Borgo San Lorenzo conduce a Vicchio, un paio di curve dopo il ponte dedicato al maestro di Giotto, Cimabue. Il museo è allestito in una costruzione medievale ristrutturata e riaperta al pubblico qualche anno fa ed è gestito dall’associazione culturale “Dalle Terre di Giotto e dell’Angelico” che si occupa anche di organizzare mostre di artisti locali. Anche se qui non si trova nessuna opera di Giotto- la più vicina è una Madonna su tavola con fondo oro, conservata nella Pieve di Borgo San Lorenzo- i motivi di una visita sono molteplici. In primo luogo, se visitiamo il museo con il piccolo contributo del biglietto alimentiamo l’economia che gira intorno alla cultura e possiamo  vedere un video proiettato su più pannelli dedicato alla vita e le opere del maestro particolarmente coinvolgente. Poi per chi ama fare passeggiate, i sentieri del CAI che si diramano in quella zona sono numerosi e offrono fra le più suggestive vedute del Mugello.

Ma soprattutto dovremmo andare alla casa di Giotto perché è un luogo per ripensare alla rivoluzione apportata dal grande artista in campo pittorico: se si è sviluppato il Rinascimento è anche merito suo, che prima degli altri ha saputo osservare il mondo con occhi nuovi, allontanandosi dai filtri imposti dal medioevo e avvicinandosi alla realtà delle cose per come esse appaiono. Un uomo nato nel contado, in un luogo per l’epoca anni luce lontano dalla città dorata dove impegno e ingegno stavano spazzando via la polvere dei secoli bui. Un uomo dalle umili origini, “di padre detto Bondone, lavoratore di terra e naturale persona” come scrisse il Vasari nelle sue celebri Vite. Era uno di quelli che Dante chiamava con un pizzico di disprezzo “gente nova”, che dal nulla riesce a trovarsi uno spazio d’azione in una delle più grandi città d’Europa. Giotto mutò l’arte “dal greco al latino”, passando cioè dalle rigide e bidimensionali figure bizantine alla rappresentazione dello spazio e, soprattutto, dei sentimenti umani.

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La struttura museale è dotata di due laboratori per sperimentare le tecniche artistiche medievali, alcune postazioni multimediali, riproduzioni delle opere di Giotto e una bellissima aia ornata da iris, accoccolata su un panorama fatto di colline, cipressi e campi coltivati.

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Come talvolta accade alle case della memoria, anche di questa non si sa con certezza se veramente appartenne alla famiglia di Giotto. D’altra parte non è facile stabilire dove nacque un bambino che vide la luce nel 1267… o 1276, che neppure la data è certa. A mio parere non è questo che conta. L’importante è avere un luogo che ci parli della vita dell’artista, in modo semplice e diretto.

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Riproduzione di una bottega d’artista ai tempi di Giotto e il laboratorio per artisti in erba dei nostri giorni

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Proseguendo la passeggiata verso la cima della collina si trova un altro edificio dal sapore medievale con una torre cilindrica mozzata da un terremoto nei primi del Novecento. Apparteneva al castello della nobile famiglia dei Buondelmonti, che si estendeva fino alla vetta e di cui oggi ben poco rimane.

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L’edificio medievale con la torre cilindrica

Continuando a salire si giunge alla chiesa dall’impianto romanico di San Martino a Vespignano, esistente almeno dal 1218. Nel 1329 fu priore qui Francesco, figlio di Giotto. Oggi ospita dei frati francescani e all’interno si possono vedere due opere quattrocentesche: un tabernacolo in pietra per gli olii santi ed un affresco raffigurante una Madonna.

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L’interno sobrio e luminoso della chiesa di San Martino a Vespignano

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Il tabernacolo e l’affresco

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Altri dettagli della chiesa: un organo della seconda metà dell’Ottocento e un fonte battesimale in pietra

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Dopo questa corroborante passeggiata alla chiesa, gli “invasori digitali” e tutti gli intervenuti sono tornati sull’aia della casa di Giotto, per festeggiare l’invasione compiuta e alimentare anche il corpo, oltre che lo spirito.

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Ilaria, Ioana, Valentina ed io, in compagnia di Mauro Baroncini, uno degli artisti del luogo

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 Se scegliete di effettuare questo itinerario, non dimenticatevi di fare un salto al Ponte di Cimabue.  Qui pare sia avvenuto il leggendario incontro tra l’affermato maestro e il giovane pastore Giotto, che per dilettarsi mentre badava alle pecore, le disegnava sulle rocce con mirabile precisione. Il grande Cimabue, stupito da quel talento naturale, volle portarsi a bottega il ragazzo, che in pochi anni lo superò cambiando per sempre il corso della storia dell’arte….

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Il ponte di Cimabue e la statua che ricorda l’incontro tra allievo e maestro dello scultore Fabrizio Maiorelli

N.d.r: alcune delle foto di questo articolo non sono mie: le ho “rubate” al mio caro amico Massimo Lombardi, fonte inesauribile di attimi a colori. Come fare a riconoscere le sue? Due metodi. Quello più complicato è andare a cercare il suo nome scritto piccolo, piccolo sulla foto. Quello più facile è cercare le più belle. Grazie Massimo!

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A spasso verso il Chianti: da Pozzolatico all’Impruneta

Da Pozzolatico a Mezzomonte, dall’Impruneta a San Gersolè: piccolo itinerario appena fuori Firenze per trascorrere una mezza giornata circondati dalla bellezza.

Farsi un giro per le nostre colline in una giornata di sole fa bene al cuore. Qualche giorno fa avevo proprio voglia di fare il pieno di bellezza e di aria buona, così ho fatto questo percorso. In macchina ci sono volute un paio d’ore, considerando le varie soste per assaporare il luogo, però più che andavo avanti, più avrei voluto essere in bici. Certo, ci vogliono dei polpacci di marmo, visto che è tutto in salita e in discesa… ma altrimenti che colline sarebbero?

Dal Galluzzo ho preso verso le Cinque Vie e già lì mi sono sentita lontana anni luce dal trambusto della città. Poi dalle Cascine del Riccio si sale per Pozzolatico. Questa ridente località abitata da neanche quattrocento anime sembra un angolo di paradiso, eppure a quelli della mia generazione il suo nome fa venire i brividi, ripensando che se accennavi ad una scoliosi il medico minacciava di infilarti in un programma di riabilitazione al prestigioso Istituto Don Gnocchi…

Non potevo non fermarmi all’antica chiesetta dei Santi Stefano e Caterina a Pozzolatico.

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Questa antica pieve esisteva già nell’XII secolo, come attestano alcuni documenti.  “Ubi pagus, ibi plebs”, diceva il clero nel medioevo. Cioè dove c’è un villaggio, pur piccolo che sia, ci deve essere anche una pieve; perché anche chi vive nelle nostre campagne a vocazione prevalentemente agricola, deve essere sostenuto nello spirito da un parroco. La chiesa è intitolata a due santi che non hanno niente a che vedere fra loro. Santa Caterina de’Ricci visse nel Cinquecento, molti secoli dopo il primo martire cristiano, Santo Stefano. Inizialmente la chiesa era dedicata solo a Santo Stefano, ma la famiglia Ricci nel Settecento ne assunse il patronato, così nel 1735, tre anni dopo la beatificazione della santa fiorentina loro antenata, decise di ristrutturare l’edificio. Ecco perchè la torre campanaria e le mura esterne conservano ancora il loro aspetto romanico, mentre l’interno è moderno. Le sue pareti bianche lasciano spazio a qualche opera d’arte e alla meditazione.

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Da lì sono ripartita, ma dopo poco, in località Mezzomonte, un cartello sulla sinistra segnala l’accesso a Villa Corsini. E’ una dimora elegante ed imponente, dotata di giardino all’italiana, torretta e vista mozzafiato. Anche questa esisteva già nel medioevo, ma fu ampliata in più fasi e riccamente decorata nel Seicento, ai tempi di Giovan Carlo de’ Medici. L’aveva fatta affrescare per accogliere degnamente la sua promessa sposa, Anna Maria Caraffa di Stigliano. Ma i due finirono per non sposarsi, Giovan Carlo indossò gli abiti cardinalizi e vendette la villa alla famiglia Corsini, che ancora la possiede… Povera Anna Maria, cosa non si è persa! In compenso se vogliamo organizzare un evento veramente chic e abbiamo un budget di un certo livello possiamo prenderla in affitto.

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Sfortunatamente il giovane erede Corsini, che incontro nel giardino, non mi fa entrare a visitare le lussuose sale: la villa è privata, privatissima, e poi adesso sta lavorando. Peccato. Mi consolo proseguendo per l’Impruneta.

E’ sabato mattina e la piazza principale brulica di persone intente a godersi il sole e a comprare qualcosa alle bancarelle del mercato. Il profumo sprigionato dalla rivendita ambulante del lampredotto mi fa venire l’acquolina in bocca, ma non devo essere l’unica, vista la fila… La piazza è dedicata ai Buondelmonti, famiglia di nobili e antiche origini molto legata a questo paese. Fin dal medioevo i Buondelmonti avevano proprio in questa area il loro feudo. Uno di loro in particolare è passato alla storia: Buondelmonte, ritenuto la causa della spietata guerra tra guelfi e ghibellini che per anni insanguinò Firenze. Tutto accadde a causa  di una rissa scoppiata durante una cena e di una promessa di matrimonio rotta. Tranne questo spiacevole evento, i Buondelmonti fecero molte cose buone. Sostenevano infatti di essere stati loro a fondare la bellissima chiesa di Santa Maria all’Impruneta, cosa di non poco conto, se si considera che sorse sul luogo di ritrovamento di un’icona della Vergine col bambino dipinta da San Luca in persona. L’immagine miracolosa esiste ancora e si trova in un tempietto nella basilica, ma si può vedere solo in rare occasioni, perché per la maggior parte dell’anno rimane coperta per  conservarla meglio.

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Bassorilievo raffigurante il ritrovamento miracoloso della tavola dipinta da San Luca

Se scegliete di fare questo itinerario durante il fine settimana potete approfittare dell’apertura del Museo del Tesoro di Impruneta, che si trova nei locali adiacenti alla basilica. Vi sono conservate tre tipologie di oggetti sacri. Nella prima sala si trovano gli argenti, ovvero finimenti d’altare, reliquiari e pissidi.

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Nella seconda i codici miniati risalenti al XIV e XVI secolo.

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Nell’ultima si trovano alcuni preziosissimi paramenti liturgici ricamati in oro e le mantelline che proteggevano l’immagine della Vergine durante le processioni.

Lascio l’Impruneta, pensando al suo rinomato cotto e al succulento peposo, promettendomi di non mancare  il prossimo 18 ottobre la fiera di San Luca. Tornando in direzione Firenze mi dirigo verso San Gersolè.

San Gersolè è un piccolo ammasso di case circondato da campi.  Ci si rende conto che è un paese solo perché ci sono una chiesa ed una scuola. Per anni mi sono chiesta che santo fosse questo San Gersolè, poi ho scopreto che non esiste nessun santo con questo nome e che il paese si doveva chiamare, come la sua chiesetta del Duecento, San Pietro in Jerusalem.

450px-Chiesa_di_San_Pietro_in_Jerusalemfoto di Sailko

Troppo complicato per gli abitanti del posto che via, via modificarono il nome a loro piacimento. Chi ha vissuto qui nel secolo scorso ha avuto l’onore di essere educato- più che istruito, come lei stessa amava sottolineare- da una grande donna: Maria Maltoni. Arrivata qui dall’Emilia Romagna nel 1920 tirò su generazioni di bambini insegnando loro soprattutto ad osservare e a rielaborare ciò che vedevano e vivevano, dando vita così al racconto di una società mezzadrile oggi scomparsa. Quella di Maria Maltoni era una missione: preparare il bambino a diventare un  uomo e cittadino capace di affrontare la vita con il cuore, più che con l’intelletto. I quaderni con gli scritti ed i disegni di quei bambini d’altri tempi sono un documento importante di un metodo educativo ancora oggi studiato e apprezzato.

Il mio itinerario è finito qui, ho voluto documentarlo in modo fedele, ma ovviamente si presta a infinite varianti. Voi dove sareste andati? Qual è il vostro luogo del cuore  in questa zona? Possiamo parlarne attraverso i “commenti”.

Di questo itinerario ho fatto anche un brevissimo video che potete guardare cliccando questo link: Passeggiata nel Chianti.

Spero che vi piaccia!