23 maggio 1498: muore il domenicano Girolamo Savonarola

Dopo un processo burla in cui lo si accusava di eresia, il frate domenicano viene prima torturato, poi impiccato e  arso in Piazza Signoria insieme ai suoi confratelli Domenico e Silvestro. La purezza della Chiesa e dei suoi fedeli che Savonarola auspicava era ancora lontana. Ma fin dal giorno successivo alla sua morte, i fiorentini si resero conto del grave errore che era stato commesso e cominciarono a deporre fiori sul luogo del rogo. Da allora ogni anno si celebra la Fiorita.

La Fiorita, Savonarola

Ore undici stamani in Piazza Signoria. Il sole e le nuvole si alternano ad un ritmo vorticoso creando luci e ombre sul selciato. Quasi non si cammina. Ci sono gruppi ovunque. Fermi a fare le foto, ad ascoltare una guida, a guardarsi intorno. Altri cercano un varco per attraversare la piazza e il vento che tira amplifica il loro movimento. Oggi questa confusione mi infastidisce un po’.  Perché se non l’avessi saputo, se non fossi andata lì per quello, non me ne sarei neanche accorta.  La corona di fiori si trova lì, sulla targa circolare dedicata al frate domenicano. Ancora oggi, dopo 515 anni, i fiorentini ricordano la sua morte ingiusta avvenuta sulla pubblica piazza, davanti agli occhi di centinaia di persone che fino a qualche settimana prima erano accorse per ascoltarlo.

la Fiorita

Un cuscino di rose rosse e bianche da parte della città di Firenze, portato dal sindaco e dal gonfalone colora la lapide. Lì accanto qualcun altro ha deposto un piccolo mazzo di rose.  Mi sorprende che per terra ci sia anche una lettera. Qualcuno, con una grafia elegante da scrittore d’altri tempi, l’ha indirizzata “a Fra’ Girolamo Savonarola, nel giorno del suo martirio”.  Chissà cosa c’è scritto.

lettera a Savonarola

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28 febbraio 1921: Scandicci innalza barricate contro i fascisti

Il 28 febbraio 1921 presso il ponte sulla Greve i cittadini eressero le Barricate di Scandicci contro le squadre fasciste che stavano per attaccarli

Oggi a Scandicci si ricordano i giorni delle barricate. Il 27 febbraio 1921 il militante comunista Spartaco Lavagnini, simbolo della resistenza antifascista, veniva raggiunto sul posto di lavoro in via Taddea a Firenze e fucilato da un gruppo di squadristi.

spartaco lavagnini  800px-Via_taddea,_targa_spartaco_lavagnini

Stava lavorando al successivo numero di “L’azione Comunista”, anche se sapeva perfettamente che era pericoloso andare avanti. I fascisti l’avevano individuato a causa del suo coraggioso e indomabile lavoro di sensibilizzazione contro l’operato fascista. Immediatamente tutta la città di Firenze insorse: vennero organizzati scioperi e bloccate le stazioni. I fascisti allora, per riprendere la situazione in mano, iniziarono incursioni nei comuni limitrofi, dirigendosi verso San Casciano, Montespertoli, Empoli ecc., con l’intenzione di devastare le case del popolo e le cooperative, chiari simboli comunisti. Per mettersi al sicuro, i cittadini di Scandicci innalzarono vere e proprie barricate. Quella più imponente fu realizzata presso il ponte sulla Greve, che i militanti chiamavano il trincerone. Ma i fascisti non tardarono ad arrivare e con cannoni ed autoblinde sfondarono le barricate. In tal modo poterono crivellare il palazzo del Comune, prendere a cannonate Piazza Matteotti , devastare la sede operaia e fare prigionieri alcuni partecipanti.  Per ricordare questo triste momento storico ogni anno a Scandicci il sindaco va a depositare una corona in piazza Marconi, dove è stata posta una lapide commemorativa. Quest’anno la cerimonia si svolgerà alle 11.00 e vi parteciperanno anche  le associazioni Combattentistiche e Partigiane e gli studenti delle scuole secondarie di primo grado cittadine.

ponte delle barricate

Il ponte sulla Greve, chiamato, per ricordare l’evento, Ponte 28 febbraio

13 febbraio 1068: Pietro si sottopone alla prova del fuoco

Se puoi camminare sui carboni ardenti rimanendo illeso significa che Dio è dalla tua parte. Ecco perché il monaco Pietro, seguace di San Giovanni Gualberto, si sottopose a questa tremenda sfida. Da quel momento tutti lo chiamarono Pietro Igneo.

By Sailko (Own work) [CC-BY-SA-3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons

La prova del fuoco in un bassorilievo di Benedetto da Rovezzano

Il Medioevo è un periodo controverso, in cui la religione ha un ruolo sociale e politico fondamentale. La vocazione e l’illuminazione divina talvolta vengono sovrastati  da vili interessi terreni e le cariche ecclesiastiche non si ottengono sempre grazie alla rettitudine ma dietro pagamento di denaro. Chi però veramente era ispirato dalla fede non poteva accettare la mercificazione delle cose di Dio. Uno dei più ferventi difensori dell’onestà della Chiesa fu un santo nostrale, Giovanni Gualberto, fondatore dell’ordine vallombrosano. Fin dall’inizio della sua vocazione cercò di smascherare chi faceva commercio delle cose sacre. Fin dall’inizio, sì. Perché quando scelse di ritirarsi a vita monacale nell’abbazia di San Miniato al Monte pensava di essere al sicuro dai clamori del mondo. Si sbagliava, dal momento che perfino l’abate Uberto, il responsabile della sua comunità monastica, aveva comprato la propria carica. Giovanni allora decise di fuggire dalla corruzione ritirandosi a  vita eremitica nei boschi di Vallombrosa. Non era certo una resa, però. Nel 1061 venne nominato vescovo di Firenze  Pietro Mezzabarba, pavese di origini longobarde. Saputo che il vescovo  aveva corrotto l’elettorato sborsando l’enorme somma di tremila libbre, Giovanni e i suoi si misero ad andare per piazze e per sagrati con lo scopo di aprire gli occhi ai fedeli fiorentini e spodestare il simoniaco. Il Mezzabarba non la prese bene e nei primi mesi del 1067 fece assaltare il monastero vallombrosano di San Salvi per uccidere Giovanni e spaventare oltre ai monaci anche il popolo, che cominciava ad opporsi alle autorità ecclesiastiche.

L'assalto ai monaci presso San Salvi

L’assalto ai monaci presso San Salvi

Il monaco però era già partito per Vallombrosa e il risultato, a parte qualche ferito, fu che i fiorentini si schierarono con maggiore simpatia dalla parte dei frati. Così Giovanni più forte di prima decise di interpellare papa Alessandro II, chiedendo una sua presa di posizione. Per dimostrare che le gravi accuse che lui e i suoi seguaci muovevano contro il vescovo erano fondate propose di fare una prova del fuoco. Il papa in realtà non era d’accordo, ma il popolo ormai richiedeva questa dimostrazione del sostegno divino  a gran voce. Fu così che il 13 febbraio migliaia di fiorentini si radunarono alla Badia di Settimo per assistere all’evento.

autore: Vignaccia76

Badia a Settimo, nei pressi di Scandicci

Il monaco Pietro, seguace di Giovanni Gualberto fin da giovane, si offrì volontario per passare tra le fiamme di due falò. Le cronache raccontano che la folla acclamante lo vide non solo passare incolume fra le canaste e i carboni ardenti, ma anche far l’atto di tornare indietro per raccogliere un indumento liturgico che gli era caduto. La volontà di Dio era chiara: il vescovo era simoniaco e doveva essere deposto. E così fu. Ma questa, per fortuna, è una storia a lieto fine, perché il Mezzabarba dopo aver perso tutte garanzie si pentì e passò il resto dei suoi giorni assorto nella meditazione con indosso gli abiti da monaco vallombrosano. E Pietro, chiamato ormai da tutti Igneo, cioè “del fuoco”, divenne prima vescovo e poi santo.

foto tratta da igneus.it

Pietro Igneo passa fra le fiamme rimanendo incolume

Ogni anno nella prima metà di giugno a Badia a Settimo si rievoca la prova del fuoco di Pietro. Ecco il link alla manifestazione.

Foto di Saliko

Le foto di questo articolo non sono mie. Le ho trovate sul sito citato e su Wikimedia commons, autori Saiko e Vernaccia76.

21 dicembre: moriva oggi, nel 1001, il “gran barone” Ugo di Toscana

Ugo di Toscana

Ugo di Toscana

Forse non tutti i fiorentini lo conoscono, ma Ugo di Toscana ha avuto un ruolo fondamentale per la ripresa di Firenze all’inizio dell’anno mille. Non solo: forse senza il suo provvidenziale intervento Firenze non sarebbe neanche un capoluogo, ma una misera cittadella di provincia. Neanche Dante si dimenticò di rendere omaggio a tale personaggio, che infatti appare  in alcuni versi nel Paradiso:

« Ciascun che della bella insegna porta

del gran barone il cui nome e il cui pregio

la festa di Tommaso riconforta,

da esso ebbe milizia e privilegio; »

Le parole del Sommo Poeta si riferiscono proprio alla giornata di oggi, 21 dicembre. La comunità cristiana ricorda San Tommaso, ma a Firenze questo giorno è dedicato al “gran barone”.

Lapide che riporta i versi di Dante sulla facciata della Badia Fiorentina

Lapide che riporta i versi di Dante sulla facciata della Badia Fiorentina

Da quando Carlo Magno aveva gettato le basi per la formazione dell’Europa medievale, la Toscana era diventata una marca del Sacro Romano Impero. L’impero infatti era diviso in contee, collocate nelle zone più interne e più tranquille, e in marche, poste nelle zone di confine. E la Toscana era esattamente una terra di frontiera, perché a sud e ad est confinava con lo Stato della Chiesa, che dal Lazio si estendeva fino all’Emilia Romagna. I marchesi, grandi feudatari, dovevano rappresentare l’imperatore, troppo lontano per governare direttamente. In realtà però né i sovrani carolingi, né i loro successori sassoni si interessarono mai più di tanto alla nostra bella terra. Così i marchesi finivano per agire in modo del tutto indipendente dall’imperatore.

Nel X secolo la capitale della marca toscana era Lucca, dove regnava la marchesa Willa, vedova di Uberto di Toscana. Willa era una donna piena di fervore religioso e apprezzava le prediche di San Romualdo, fondatore di Camaldoli. Per aiutare i benedettini  eresse diverse chiese fra cui, nel 978, la Badia Fiorentina intitolata alla Vergine Maria.  Non è difficile immaginare questa nobile vedova pregare per il suo erede Ugo, attratto più dalle effimere gioie del mondo che dalle responsabilità del governo. La sua condotta irresponsabile metteva in pericolo la salvezza della sua anima e il futuro della marca.  Sarà storia, o sarà leggenda, fatto sta che le cronache fiorentine riportano che alla fine Willa fu esaudita dalla Vergine. Un giorno mentre Ugo era impegnato in una battuta di caccia nei pressi di  Montesenario, scoppiò una tempesta che lo costrinse a rifugiarsi in una grotta. Qui ebbe una visione infernale: alcuni fabbri, invece di percuotere il ferro picchiavano ossessivamente su esseri umani. Questi rappresentavano le anime dannate e presto anche lui avrebbe fatto la stessa fine se non si fosse ravveduto. Tale visione lo spaventò a tal punto che decise di abbandonare per sempre il suo stile di vita dissoluto. Da quel giorno divenne un sovrano saggio e generoso e le sue donazioni per la Badia Fiorentina furono così cospicue che ancora oggi, dopo 1011 anni dopo la sua morte, la città lo ricorda con una funzione religiosa nella chiesa in cui riposa.

Se visitate oggi la Badia Fiorentina, dunque, non stupitevi di vedere un’armatura nella cappella a sinistra dell’entrata.  È quella di Ugo, e sta lì a ricordarci del nostro glorioso passato.

La tomba di Ugo di toscana scolpita da Mino da Fiesole

La tomba di Ugo di toscana scolpita da Mino da Fiesole

Mai stato alla Badia Fiorentina? Pianifica una visita in compagnia di un’esperta. La trovi qui.