Robert Capa in Italia 1443-1944

Mostra MNAF CapaApre oggi al Museo Nazionale Alinari della Fotografia la mostra del grande fotografo ungherese, da molti considerato il padre del fotogiornalismo. In 78 scatti si rivelano i giorni terribili del secondo conflitto mondiale.

Un’Italia che cerca di farsi strada fra le macerie della guerra. La terra inaridita dal sole a picco di luglio, ma che pare ancor più spoglia e avvizzita, in mezzo a quella devastazione. Le città del nostro sud, Napoli, Palermo, che nonostante la distruzione che le circonda, cercano di continuare a vivere, mantenendo i riti quotidiani, condividendo la vita che rimane, chissà per quanto ancora. E le vite parallele. Quelle degli italiani e quelle dei soldati americani, venuti da un luogo distante per kilometri e per cultura. Si incontrano, riconoscendo negli occhi dell’altro le stesse paure, la stessa incertezza. E fanno un po’ di strada insieme, raccontandosi l’un l’altro e aiutandosi.

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Ma Capa riesce a cogliere anche una speranza, fra quelle macerie. La si legge negli occhi di un uomo, che davanti alla sua casa distrutta, ride con una bambina. Due materassi marci e polverosi la sua poltrona. Oppure nel sorriso di un giovane soldato, che per distrarsi dalla strage si fa lustrare le scarpe, mentre dietro un collega ed una ragazza italiana si stringono in un abbraccio complice.

I soldati tedeschi prigionieri, poi, hanno le stesse facce pulite e acerbe. In quegli occhi ci sono forse gli stessi sogni degli americani, degli italiani. Se non fosse per la divisa sarebbe impossibile distinguerli.

Un giorno John Steinbeck commentando le opere di Robert Capa disse: “ Capa sapeva cosa cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un’emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino”.

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La mostra è visitabile presso il MNAF, in Piazza Santa Maria Novella, fino al 23 febbraio 2014. Biglietto intero €9, ridotto €7,50. Aperto dalle 10,00 alle 18,30; chiuso il mercoledì.

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Michelangelo negli occhi di un fotografo

“Il potere dello sguardo”

Da oggi una mostra alle Cappelle Medicee ci permette di vedere le sculture di Michelangelo da un punto di vista inaspettato

Amendola il potere dello sguardo

Il silenzio e la luce radente. Un fotografo e le opere d’arte che ama. Tra loro solo la macchina fotografica, il mezzo per intessere un gioco di sguardi intimo ed intenso. Il risultato è visibile nella mostra che si inaugura oggi alle Cappelle Medicee, in cui si esibiscono 23 scatti del fotografo pistoiese Aurelio Amendola. Le gigantografie, in bianco e nero, ritraggono le opere della Sacrestia Nuova, ma anche il David e i Prigioni. Esse accolgono i visitatori all’ingresso, nella Cripta.  Incontriamo prima loro delle sculture vere e proprie. E non si può non provare un pizzico di invidia per il dialogo segreto che Amendola ha potuto avere con esse. Il suo obbiettivo tratta il marmo come se fosse pelle, le statue come soggetti vivi, facendo loro prendere vita, cogliendo pienamente il senso che Michelangelo ha voluto dar loro, e rivelandolo anche a noi. La novità non sta solo nelle prospettive inedite, ma nel carattere, nella personalità che questi corpi inaspettatamente svelano dietro la macchina.

Il modo migliore per iniziare a celebrare i 450 anni dalla morte del gran genio, avvenuta il 18 febbraio 1564.

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Giuliano Duca di Nemours, foto Aurelio Amendola

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Notte, foto Aurelio Amendola

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Giorno, foto Aurelio Amendola

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Aurora, foto Aurelio Amendola

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David, foto Aurelio Amendola

La mostra è visitabile fino al 15 marzo 2014 dalle 8,15 alle 13,50 tutti i giorni tranne II e IV domenica del mese, I, II e V lunedì del mese. Ingresso 6 euro, tre euro ridotto.

Primo dell’anno…

“Primo dell’anno, il passo d’un gallo” dice un vecchio detto toscano. Scopriamo come è nato e cosa significaIl gallo proverbio

“Il gallo”, Elena Riccio, 2013, collage, collezione privata

Il gallo. La sentinella della notte, sempre vigile e pronto ad annunciare il giorno ai primi bagliori con il suo canto. Da tempo immemore la sua immagine è associata alla luce, alla rinascita, al rinnovamento.

Per gli antichi greci era consacrato al sole e per questo era  l’animale legato ad Apollo, il dio che ne traina il carro.

Nel mondo cristiano fu Sant’Ambrogio a trasformarlo nel simbolo di Cristo: il buio della notte rappresenta il peccato mentre la luce è la salvezza eterna. Annunciando il nuovo giorno il gallo ci guida fuori dalle tenebre, come Gesù ci guida verso il regno di Dio.

Anche in questo antico proverbio toscano il gallo è messo in relazione con la luce. Subito dopo il solstizio d’inverno, il giorno più breve dell’anno, la luce comincia a riprendersi poco a poco il posto d’onore, comprimendo le tenebre.  Sebbene  scientificamente  il solstizio si collochi il 21 dicembre, la tradizione e la sapienza popolare hanno celebrato la vittoria della luce anche in altri giorni dello stesso periodo. Basti pensare alla festa di Santa Lucia, che come si dice è “il giorno più corto che ci sia”. Oppure al giorno di Natale stesso, in cui gli antichi romani festeggiavano il Dies Natalis Solis Invicti, una divinità solare che con l’affermarsi del cristianesimo sarebbe stata sostituita da Cristo.

L’arrivo del nuovo anno richiama l’idea di rigenerazione e novità, per questo la voce del popolo ha scelto questa data per ricordare il progressivo allungarsi delle ore di luce.

All’inizio il fenomeno non è molto evidente, visto che il giorno riesce a raggranellare solo qualche minuto in più a settimana.

E’ poca cosa, proprio come l’esile passo di un gallo.